Tra palco e web, lo storytelling ed il turismo cultural-emozionale (XVI settimana)

#teatropiccolo/appartenenza

Quand’è che l’appartenenza taglia i cordoni della catena per essere legame imprescindibile dalla nostra stessa essenza?

Ci sono pochi legami inossidabili, molti legami funzionali. E la parola “funzionale” non ha necessariamente un’accezione negativa: si tratta dei cosiddetti “legami deboli”, contestuali e occasionali, come analizza Giovanni Cappellotto, che però ci consentono di stabilire scambi interattivi sul piano professionale o di interessi tematici, di allargare il nostro campo percettivo, per arrivare via via a sentire la presenza intorno a noi di un network.
La partecipazione a quel network si realizza quando si condivide quel che si sa e ci si pone nell’ottica di non aver imparato ancora abbastanza da chi ne fa parte.
Così nel flusso non giudicante delle diversità con cui ci si pone in comunicazione, eppur senza mai perdere spirito critico verso i fenomeni che accadono, si diventa quanto si desidera trasmettere.

Se il legame più arduo è quello con se stessi ed ai legami deboli non si affida l’aspettativa di risolverci, quanto di noi riversiamo nei legami forti?

Mi domando quanto equilibrio personale comprometta la confluenza con l’altro eppure quanto quella confluenza si ricerchi nell’ineffabile tentativo di sentirci parte di un microcosmo emotivamente autosufficiente.
C’è la parte del proprio Sé che cediamo, trascurandone il bisogno individualistico, per ritrovarla in un Noi, con il surplus di emozione che si porta dietro, e che valica l’accesso verso propri aspetti interiori mai conosciuti prima a quel modo, come ci viene in aiuto Calvino:

Lui conobbe lei e se stesso,
perché in verità non s’era mai saputo
“.

Questo ci danno i legami forti.
E trovano la forza di adattarsi agli inevitabili cambiamenti personali.
Spesso hanno bisogno di nutrirsi di presenza, talvolta invece l’assenza riassesta i gap temporali delle anime affini che si sono trovate nel tempo sbagliato e continuano a rincorrersi attraverso gli anni, in un ipotetico “tempo giusto” per entrambi.

Lo storico Staff Accoglienza del Teatro della Concordia

Lo storico Staff Accoglienza del Teatro della Concordia

Il Teatro, un teatro che è piccolo, può essere lo specchio più intimo di questo confronto con l’idea di appartenenza ad un legame, a partire dal legame con la propria vulnerabile dimensione dell’anima. E pensate a chi questo #teatropiccolo lo ha continuato a guardare attraverso i decenni, ci è cresciuto, ci ha recitato come la nostra memoria storica Nello e la signora Marisa, carismatica guida emozionale per molti di coloro che vengono a trovarci, a chi ci ha trovato l’energia creativa per poi catalizzare l’amore verso tutto il proprio paese, divenendone attivissimo consigliere comunale, come Marco, aka @withoutshadow, a chi ci è entrata bambina per un legame forte che se ne occupava, e poi ha finito per declinare ogni proprio studio e attitudine al fine di apportare un contributo al bene culturale pubblico, come me.
Noi, e altri con noi, abbiamo sviluppato un legame forte con questo palco.
Molti lo conoscono attraverso il web, poi decidono di visitarlo, di esibirsi qui, di sposarsi qui, di fare laboratori teatrali qui, di rafforzare lo spirito del proprio gruppo aziendale qui.
E dopo, nel follow up dell’evento concluso, continuano a seguirci, ad emozionarsi quando un post social li raggiunge ad altri capi del mondo, come accade a Johanna Beisteiner, a Lavinia Bocu, a Hanneke Lokhoff, ai docenti e agli studenti dei masterclass internazionali che qui si esibiscono almeno una volta l’anno, ai giapponesi che organizzano tour di alcuni Borghi più Belli d’Italia, con intermezzo concertistico di archi a Monte Castello di Vibio, nel Teatro più piccolo del mondo.

Anche questi richiami sono appartenenza.

Dall’emozione dell’esperienza di contatto alla circolazione di pillole emozionali possono bastare anche i “Due gradi e mezzo di separazione” di cui parla Domitilla Ferrari nel suo accattivante manuale edito Sperling & Kupfer, dispiegando ulteriormente il valore dei legami deboli.
Il virtuale, del resto, anticipa sempre il reale, lo ha fatto da ancor prima che la rete web ci avvolgesse: lo stupore di un dettaglio impercettibilmente carpito, l’attesa, il richiamo del bello, l’anticipazione del piacere è essa stessa piacevolezza, senza tuttavia l’esigenza di assecondare totalmente Flaubert, che credeva che la forma più pura di piacere fosse l’aspettativa.
Che poi, dentro o fuori il web, come e quando, sta a noi integrarla senza che la cross-medialità ci fagociti.
Perchè la pratica delle emozioni ne resta fuori, e si trova anche su questo palco di #teatropiccolo.

Serena Brenci Pallotta

About Serena Brenci Pallotta

Una laurea con lode in economia e gestione dei servizi turistici e la vocazione per la comunicazione a 360°: dal marketing territoriale e culturale alle dinamiche internazionali di corporate governance e marketing strategico, disaminate con una permanenza ed una tesi specialistica all'Università svedese di Kristianstad, fino agli approfondimenti in comunicazione digitale al Sole 24 Ore. Gestalt counselor certificata REICO e Storyteller per vocazione. https://it.linkedin.com/in/serenabrenci
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